“…la nipote della figlia della nuora dell’amante del cugino del fratello, ma che bello sapere ogni dettaglio della vita di tutto il circondario!”
Inizia più o meno così lo spettacolo Le allegre comari di Windsor al Teatro Leonardo di Milano. Una rivisitazione dark di quello che ha scritto Shakespeare nel 1600 e che non si allontana di certo dalla nostra realtà.
Tutti noi, viviamo in condomini e palazzi in cui c’è sempre il guardone di turno. In Terrazza Tartini abbiamo il signore del palazzo di fronte che è sempre sul balcone e guarda chi arriva, chi viene e chi va. Lui sa tutto, se parcheggi bene, male o se vai o vieni e con chi… È sempre lì, dall’alto del suo secondo piano, anche quando ci sono -5 e piove.
Oppure, la vicina di casa del mio ragazzo tossisce ogni volta che apriamo o chiudiamo la porta. Appena sente un rumore, si mette dietro lo spioncino e dà un colpo di tosse.
Però diciamocelo, senza arrivare all’eccesso e senza spiare tutti i vicini di casa, che soddisfazione sedersi intorno ad un tavolo e parlare a turno di amiche, conoscenti, cugine di sorelle di cognati di zii lontani, che manco ci si ricorda il nome. Ma il nome non è importante, quello che interessa è la storia che si racconta, più o meno inventata. Sentita da amiche di amiche.
È come il gioco del filo del telefono, chissà cosa è successo veramente.
Le scene più belle accadono in ufficio, quando si formano i capannelli di persone che parlottano tra di loro. È come essere in un grande cortile dove si affacciano migliaia di case. Lui è stato con lei, l’altro aveva l’amante, queste due hanno litigato l’altro giorno. Ci si costruiscono sopra pranzi interi.
E poi sfatiamo un altro mito, tutti pensano che sia un’abitudine femminile, ma sappiamo che piace anche agli uomini: fateci caso, appena qualcuno inizia uno spiraglio di pettegolezzo, anche a loro luccicano gli occhi. E iniziano con le domande, “ma chi?”, “veramente?” “aspetta, fammi capire meglio”.
Ma la cosa più divertente succede quando la lista di storielle più o meno vere finisce e tutti si guardano con aria semi colpevole. Per togliere anche quel velo di indisposizione, ci si guarda tutti e si dice “alla fine, non stiamo parlando male di nessuno!” e con un mezzo sorriso si riprende a fare altro facendo finta di niente.
L'affar proprio non è proprio nella nostra indole. E Shakespeare lo sapeva bene.

